Il legame tra donne e gatti evolve, abbattendo stereotipi come quello della “Gattara”. Oggi, le donne sole con gatti sono celebrate per la loro indipendenza, prendersi cura di animali randagi e trovare gioia nella vita singola. Gli studi dimostrano come quest’amore per i gatti possa riflettere libertà e realizzazione personale.
Il legame tra donne e gatti: un’evoluzione che sfida gli stereotipi
Il legame tra donne e gatti sta evolvendo, sfidando gli stereotipi negativi, come quello della “Gattara”. Oggi, le donne che vivono da sole con i loro gatti vengono celebrate per la loro indipendenza e libertà. Le gattare, oltre a prendersi cura dei loro animali domestici, si dedicano anche alla cura dei gatti randagi, contribuendo a garantire un futuro migliore per loro.
Lo stereotipo della “Cat Lady“, un tempo associato all’immagine di una donna pazza circondata da gatti, sta cambiando. Sempre più donne dimostrano che l’amore per i gatti è un segno di indipendenza e non un semplice capriccio.
Per secoli, la donna single amante dei gatti è stata vista con sospetto, etichettata come “Gattara“, un termine che rimandava a chi non si conformava ai tradizionali ruoli di moglie o madre. La figura della donna, relegata al ruolo di “angelo del focolare”, era paragonata ai gatti, che un tempo venivano considerati animali da compagnia “pigri“. C’è un proverbio che dice: “una brava moglie e un bravo gatto stanno meglio a casa” (K. M. Rogers, Storia sociale dei gatti).
Avere un gatto è un’esperienza che sfida i cliché sessisti legati all’idea che una donna che ama gli animali debba essere sola e infelice. Non si può affermare che una donna con gatti non possa avere anche una famiglia o dei figli, né che una donna single debba necessariamente essere infelice. Chi ha stabilito queste regole?
Le donne sole con (o senza) gatti sono spesso etichettate come infelici, ma è davvero così?
Oggi, la donna single senza figli viene celebrata per la sua indipendenza e per aver scelto il suo stile di vita. Avere un gatto, un animale affettuoso e misterioso, è diventato un segno di amore e cura. Anzi, numerose ricerche suggeriscono che la vita da single – che si possieda o meno un gatto – possa portare a una maggiore felicità rispetto a chi ha coniugi o figli, offrendo opportunità uniche per la crescita personale e la realizzazione dei propri sogni.
A supporto di questa tesi ci sono gli studi di Bella De Paulo, esperta della vita dei single e affiliata al Dipartimento di Scienze Psicologiche dell’Università della California – Santa Barbara. Nel suo libro Single at Heart: The Power, Freedom, and Heart-Filling Joy of Single Life, De Paulo esplora come la figura del single stia cambiando, allontanandosi dagli stereotipi di un tempo.

Chi è e cosa fa la “vera” Gattara?
La “Gattara” non è solo un cumulo di stereotipi: c’è molto di più. Il termine si riferisce soprattutto a chi si prende cura dei gatti randagi.
Ma cosa fanno esattamente le gattare?
Le gattare si prendono cura dei gatti di strada, portando loro cibo e amore ogni giorno. Si occupano di gatti feriti o malati, li portano dal veterinario e si impegnano nelle sterilizzazioni. Spesso allattano i cuccioli orfani fino a quando non sono pronti ad affrontare il mondo. Inoltre, cercano famiglie pronte ad adottare questi gattini, offrendogli una vita migliore lontano dalle insidie della strada. In sintesi, le gattare sono angeli custodi dei gatti meno fortunati.
Una gattara romana. Fonte: web
Una storia d’amore che sfida le convenzioni
Il legame tra la donna e il gatto ha radici che risalgono a secoli fa, quando i gatti non erano semplicemente animali, ma divinità vere e proprie. Gli antichi egizi veneravano i felini, associandoli alla dea Bastet, simbolo di casa e protezione. I gatti erano considerati sacri: chi osava fargli del male veniva punito severamente.
Tuttavia, questa visione positiva dei gatti cambiò nei secoli successivi. Nel Medioevo, venivano considerati simboli del male, associati alla magia nera e alla stregoneria, spesso in relazione a donne sole, emarginate dalla società e perseguitate. Un esempio è Alice Kyteler, condannata per stregoneria nel 1324, accusata di ospitare un “demone notturno” con sembianze di gatto nero.
Nel XVI secolo, Agnes Waterhouse, la prima donna giustiziata per stregoneria in Inghilterra, raccontò di aver mandato il suo gatto a uccidere il bestiame locale, rafforzando l’idea dei gatti come esseri diabolici.
Alice Madicott, autrice di Cat Women, osserva che “c’è qualcosa nell’indipendenza dei gatti” che si ricollega all’indipendenza della donna, un aspetto che, un tempo, veniva visto come sospetto e pericoloso. Una donna che sceglie un animale non completamente addomesticabile sembra dire al mondo di non essere anch’essa addomesticabile.

Nel XVIII secolo, il cliché della zitella emerse con forza: una donna infelice, che non riusciva a sposarsi e che pesava sulla famiglia. La letteratura dell’epoca, da Charles Dickens a Jane Austen, spesso presentava ritratti poco lusinghieri delle donne non sposate.
La figura della “gattara” si sviluppò nel XIX secolo, con i gatti che divennero simboli di donne senza marito o figli. Queste donne, che trovavano gioia nell’affetto dei loro felini, trasformavano le loro case in rifugi di amore e calore. In Francia, la “gattara” è conosciuta come nourrisseuse, un termine che evoca la sua funzione materna nell’alimentazione degli animali.
Con l’arrivo dei movimenti per il suffragio universale, le donne indipendenti furono spesso confuse con le “gattare”, ma fu proprio questo movimento a riappropriarsi del simbolo del gatto, utilizzandolo nelle loro campagne per il diritto di voto.


