La gallina non è un animale intelligente.
Cantavano Cochi e Renato. Mai dichiarazione è stata più sbagliata.
Io, sinceramente, non ci avevo mai riflettuto troppo.
Avevo una teoria molto semplice sulle galline: che fossero creature un po’… distratte.
Non particolarmente brillanti.
Intelligenti a modo loro, sì. Ma finiva lì.
Mia nonna le aveva quando ero piccola.
A parte qualche “coccò” di troppo, non mi avevano mai colpito particolarmente.
Io amavo i gatti.
Sempre stata una gattara incallita.
Poi c’erano i conigli, gli agnellini, i vitellini…
La gallina no.
Serviva più che altro per il forno della domenica (mi perdoneranno gli animalisti, ma in campagna funziona così) o per le uova. E poi avevo il terrore dei galli. Mi inseguivano e più di una volta mi hanno beccata.
Poi è arrivata lei.
Non so bene da dove.
Cioè, tecnicamente lo so: dal vicino.
Ma emotivamente, è arrivata nella mia vita come arrivano certe cose: senza chiedere permesso e con l’aria di chi ha già deciso.
L’abbiamo chiamata Coccò.

Un giorno è entrata in giardino.
Ha fatto due giri.
Ha osservato tutto con quell’aria da: “ok, questo posto mi sembra accettabile”.
E niente.
È rimasta.
“Abbiamo una gallina.”
Esordisce mia sorella quel pomeriggio.
Io: “in che senso?”
Lei: “Sta sulla magnolia. Non vuole scendere.”
E lì ho capito tutto.
Aveva trovato casa.
Il punto non è che è scappata.
Il punto è che non se n’è più andata.
Il vicino l’ha cercata.
L’ha chiamata.
E’ venuto da noi e ha ha provato anche a rincorrerla.
Ha fatto quel verso strano che fanno le persone quando parlano alle galline.
Coccò lo guardava e semplicemente si sottraeva alla conversazione.
Non si è fatta prendere.
A un certo punto è salita sulla magnolia.
Ancora più in alto.
Fine della trattativa.

Come è salita sulla magnolia? Vi starete chiedendo.
È volata.
Sì, avete letto bene.
Io non sapevo che le galline potessero fare quei salti un po’ scoordinati, un po’ epici, con le ali che svolazzano come se avessero un piano (spoiler: ce l’hanno).
L’ho scoperto con lei.
Era giovane, magra, appena uscita dalla fase “pollo adolescente confuso”.
Leggera, curiosa, con quell’energia un po’ caotica di chi non ha ancora capito bene i propri limiti — e quindi non se li pone.
Poi è cresciuta.
Si è fatta più… importante. Diciamo così.
E da lì, la scena è cambiata.
Perché una gallina adulta non vola.
Ma compensa.
Salta.
Zompetta.
Studia le traiettorie come un piccolo ingegnere con le piume.
E al massimo… usa le scale.
(Sì, lo so. Anche io ho avuto bisogno di qualche secondo per accettarlo.)

La notte dormiva lì.
Non nel pollaio.
Non in un posto logico.
Non dove dovrebbe.
Sulla magnolia.
(Scopro poi — parola della veterinaria — che in natura le galline dormono sugli alberi.)
Perciò quando si è fatta più importante le abbiamo messo una scala per farla salire sulla magnolia.
Quindi forse non era lei fuori posto. Forse eravamo noi.
Ogni volta che la guardavo pensavo: ok, ti ho sottovalutata.
Perché Coccò ha la fama di non essere un animale intelligente.
Ma lo è.
E anche parecchio.
È determinata.
È coriacea.
Sa esattamente cosa vuole.
E soprattutto cosa non vuole.
Dove stava prima non stava bene.
Ha fatto cento metri e si è scelta una nuova casa.
Senza pensarci troppo.
Senza chiedere.
Senza spiegare niente a nessuno.
E da lì si è fatta amare.
Le abbiamo comprato il cibo.
Una cuccia.
Poi un pollaio (che pollaio non era: una piccola villa di legno a due piani con tanto di recintino).
Ma lei aveva già deciso tutto.
La magnolia per dormire.
Lo stendino per fare le uova.
(Sì, anche quello l’ha deciso lei.)
E si era anche trovata un amore.
Non corrisposto.
Neanche a dirlo: il gatto.

Lui non la sopportava.
Lei lo amava alla follia.
Finché lui non ha rimesso un po’ di ordine nella situazione: una zampata secca,
un accenno di sangue sulla crestina (e una chiara lezione di vita).
Ma va detto: gli aveva rubato il cibo e la cuccia.
Passi la cuccia. Il cibo proprio no.
E quindi… zam. Amore finito.
È anche affettuosa.
A modo suo.
E molto simpatica.
Che, alla fine, diciamolo, è una forma di intelligenza che non tutti hanno.
Tra me e lei è stato un amore immediato.
(Certo, io venivo sempre dopo il gatto. Ma questo è un altro tipo di competizione, e partivo già svantaggiata.)
La cercavo.
Lei mi cercava.
Mi bussava alla porta di casa. Sì, bussava davvero.
E poi mi seguiva in giro come un cagnolino, con quella determinazione silenziosa che hanno solo gli animali quando decidono che sei “dei loro”.
Le avevo insegnato a mangiare dalle mie mani.
E a fare i saltini.
Le tenevo un pezzo di insalata o di frutta un po’ più in alto, e lei… zac.
Un piccolo salto, un battito d’ali, precisione chirurgica.
E se lo prendeva.
Con soddisfazione. E anche un filo di orgoglio, diciamolo.
Non era solo affetto.
Era intesa.
Coccò non mi appartiene.
Non è “mia”.
È solo… qui.
E in qualche modo ha deciso che questo è il posto giusto.
Forse il punto non è essere intelligenti come ce lo aspettiamo.
Forse è esserlo abbastanza da scegliersi la propria magnolia.
E noi, semplicemente, l’abbiamo accolta.

E tu?
Hai mai scelto la tua magnolia?


